Quale democrazia partecipata? Risposta a Jardella
Partecipazione di qui, partecipazione di là, percorso partecipato, strumenti partecipativi, bilancio partecipato ecc. Ormai è un vero slogan, sulla bocca di tutti.
Non ci piace salire in cattedra, ma invitiamo tutti ad una maggiore attenzione e prudenza.
Sul Tirreno di venerdì 6 febbraio il signor Gian Marco Iardella elogiava la prova di “democrazia partecipata” che il Partito Democratico avrebbe dimostrato nelle recenti primarie.
Peccato che, a leggere l'articolo, si identifichi proprio lo strumento delle primarie con la democrazia partecipata, in mancanza di altro. Come del resto verifichiamo nella politica quotidiana di questo partito ( e non solo questo).
Le primarie (almeno queste primarie) niente hanno a che vedere con i veri criteri di democrazia partecipata.
Ancora una volta si fa confusione: non assistiamo ad una spinta dal basso di una partecipazione attiva e popolare, bensì ad un'onda provocata, raccolta ed orientata verso volti – nuovi e non – di personalità democratiche (che altro non sono che corrispettivi aggiornati delle adorniane “personalità autoritarie”).
Purtroppo ormai è consolidata presso alcuni ceti politici l'ipotesi di convalidare le prassi delle primarie come autentiche prassi partecipative (da Prodi a Veltroni ormai tutti devono passare sotto questa investitura “popolare”).
Peccato che la distanza fra eletti ed elettori sia sempre più distante (oppure veramente si crede che con le primarie il PD riuscirebbe ad avere ben oltre gli attuali 900 iscritti?).
Sarebbe opportuno avere l'umiltà di studiare di più, conoscere i modelli e le esperienze partecipative, i criteri di partecipazione , mentre ho l'impressione che questo avvenga raramente presso i partiti. E questo contribuisce a generare mistificazioni, attribuendo altri valori a ciò che rimane, al massimo, un meccanismo ausiliare della democrazia rappresentativa e quasi sempre operazioni di marketing politico.
Piuttosto, parlando in modo serio e costruttivo per provare a ragionare in termini di democrazia partecipativa, teniamo a mente la necessità di partire almeno da due parametri: il primo ha a che fare con la crescita della società civile, il secondo con la trasformazione culturale della classe politica.
Entrambi con il fine di promuovere una forma più avanzata della democrazia che favorisca la reale partecipazione, in modo da creare un diverso sistema di relazioni tra cittadini, governo locale, territorio e società.
P.S.: se non ci sbagliamo il signor Gian Marco Iardella è molto “vicino” al PD livornese. Niente di male, ovviamente, certo questo non aiuta ad aumentare la sua credibilità di opinionista in merito al livello di democrazia partecipata che caratterizzerebbe il suo partito...
APPL – Assemblea Permanente per la Partecipazione a Livorno
Non ci piace salire in cattedra, ma invitiamo tutti ad una maggiore attenzione e prudenza.
Sul Tirreno di venerdì 6 febbraio il signor Gian Marco Iardella elogiava la prova di “democrazia partecipata” che il Partito Democratico avrebbe dimostrato nelle recenti primarie.
Peccato che, a leggere l'articolo, si identifichi proprio lo strumento delle primarie con la democrazia partecipata, in mancanza di altro. Come del resto verifichiamo nella politica quotidiana di questo partito ( e non solo questo).
Le primarie (almeno queste primarie) niente hanno a che vedere con i veri criteri di democrazia partecipata.
Ancora una volta si fa confusione: non assistiamo ad una spinta dal basso di una partecipazione attiva e popolare, bensì ad un'onda provocata, raccolta ed orientata verso volti – nuovi e non – di personalità democratiche (che altro non sono che corrispettivi aggiornati delle adorniane “personalità autoritarie”).
Purtroppo ormai è consolidata presso alcuni ceti politici l'ipotesi di convalidare le prassi delle primarie come autentiche prassi partecipative (da Prodi a Veltroni ormai tutti devono passare sotto questa investitura “popolare”).
Peccato che la distanza fra eletti ed elettori sia sempre più distante (oppure veramente si crede che con le primarie il PD riuscirebbe ad avere ben oltre gli attuali 900 iscritti?).
Sarebbe opportuno avere l'umiltà di studiare di più, conoscere i modelli e le esperienze partecipative, i criteri di partecipazione , mentre ho l'impressione che questo avvenga raramente presso i partiti. E questo contribuisce a generare mistificazioni, attribuendo altri valori a ciò che rimane, al massimo, un meccanismo ausiliare della democrazia rappresentativa e quasi sempre operazioni di marketing politico.
Piuttosto, parlando in modo serio e costruttivo per provare a ragionare in termini di democrazia partecipativa, teniamo a mente la necessità di partire almeno da due parametri: il primo ha a che fare con la crescita della società civile, il secondo con la trasformazione culturale della classe politica.
Entrambi con il fine di promuovere una forma più avanzata della democrazia che favorisca la reale partecipazione, in modo da creare un diverso sistema di relazioni tra cittadini, governo locale, territorio e società.
P.S.: se non ci sbagliamo il signor Gian Marco Iardella è molto “vicino” al PD livornese. Niente di male, ovviamente, certo questo non aiuta ad aumentare la sua credibilità di opinionista in merito al livello di democrazia partecipata che caratterizzerebbe il suo partito...
APPL – Assemblea Permanente per la Partecipazione a Livorno
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